Patenge, Ndara, Langung, Makwandungu, Balafon sono solo alcuni dei nomi degli strumenti tradizionali e inusuali protagonisti in DRC Music – Kinshasa One Two, l’album che segna il ritorno sulle scene di Damon Albarn alla ricerca delle radici della musica africana a quasi dieci anni di distanza dallo starting di Mali Music. A differenza di quest’ultimo, nato dalla stretta collaborazione dell’ex frontmand dei Blur con grandi musicisti del paese sub sahariano come Afel Bocoum, Toumani Diabate e il maestro Ko Kan Ko Sata Doumbia, l’idea di Kinshasa One Two nasce dalle menti creative della Honest Jon’s Records (etichetta fondata dallo stesso Albarn) per sostenere un’iniziativa a favore delle popolazioni del Congo (paese martoriato da una lunga e sanguinosa anni guerra civile) promossa dal network Oxfam, consorzio di ONG impegnate nella gestione delle crisi umanitarie a cui saranno devoluti tutti i proventi del progetto.
Produzione e distribuzione internazionale assicurata grazie al brand della Warp Records, l’alternative label di Sheffield che aggiunge così una nuova perla al suo già ricco ed eclettico catalogo. Un cast d’eccezione formato da 11 producer e sound designer inglesi, impegnati in una jam session intensiva durata meno di una settimana svoltasi a Kinshasa nel luglio scorso insieme a ben 50 musicisti congolesi. Il collettivo Democratic Republic of Congo (DRC) Music nasce quasi per gioco e si sviluppa con l’ambizione di rappresentare un’idea innovativa e originale della collaborazione musicale: l’incontro tra due mondi apparentemente opposti, tra artisti provenienti da background e culture diverse ovvero musicisti tradizionali e produttori di suoni digitali.
Elemento comune che unisce i protagonisti dell’ensemble congo-britannico e che rappresenta anche il segno di continuità tra cultura tradizonale e modernità, tra substrato ethno-folk acustico ed architettura crossover elettronica, è il ritmo, protagonista assoluto nei loop, nei beats e nei sample che compongono il patchwork sonoro delle 14 tracce che compongono l’album. Insieme al timbro che caratterizza i registri dei numerosi strumenti utilizzati nei tape registrati nello studio di Kinshasa, è proprio la cadenza del tempo ad essere declinata in un caleidoscopio di forme e misure, propagando l’onda sonora dall’african funk dalle radici tribali fino alle ramificazioni jungle e dubstep più sperimentali.
La riscoperta dei canti e degli strumenti nativi del Congo rappresenta, infatti, il terreno di confronto di una sperimentazione creativa che parte dalla rielaborazione del traditional attraverso l’inserimento di elementi moderni, prevalentemente suoni pop, noise ed elettronici, senza stravolgere il materiale originale. Il progetto si muove sulla scia già tracciata dal leggendario collettivo bazomboo psichedelico Konono N°1 (celebre per le compilation Congotronics), attivo già dagli anni ’70 e di recente sulla scena elettronica europea con diverse collaborazioni, noto anche per le indimenticabili performance live, vero e proprio tripudio di likembè elettrici, canti e danzi popolari, strumenti elettronici artigianali e l’utilizzo di un sistema di amplificazione rudimentale che conferisce all’insieme uno straordinario retrogusto vintage.
Unico elemento comune e di continuità tra passato e presente, tra suoni acustici e digitali presente in Kinshasa One Two, è la struttura ritmica, che rappresenta il motore ed il filo conduttore unico degli arrangiamenti estrapolati da Albarn dalle jam session di urban african music. Insieme allo stesso Albarn, il combo vede la partecipazione di autentici maestri della scena elettronica britannica quali Actress (aka Darren Cunningham), Al west, Dan The Automator, Jneiro Jarel, Kwes, Marc Antoine, Remi Kabaka, Richard Russell (A&R della XL Recordings), Rodhaid McDonald e T-E-E-D (Total Enormous Extinct Dionsaur).
L’album si apre con le atmosfere dub e il ritmo lento e suadente del singolo Hallo, traccia firmata da Richard Russell in cui spiccano le voci dello steeso Albarn e di Nelly Lyemge. In K Town è il producer Dan The Automator a proporre un’ibridazione hip hop di un travolgente ed incalzante ballo afro funk. Jneiro Jarel dà fiato ai sintetizzatori e psichedelizza alla sua maniera African Space Anthem. In un’alternanza quasi regolare tra brani classicheggianti e tracce fin troppo experimental, si passa dallo scioglilingua Love alle suggestioni afro-hip-house di Lingala, entrambe prodotte da T-E-E-D. Il ritmo si fa più scuro e sincopato in Respect The Rules, nell’ipnotica We Come From The Forest e nel minimalismo in versione techno kuduro di Customs, orchestrata con la supervisione di Kwes. Sullo stesso crinale si esprime Actress, senza dubbio tra gli artisti inglesi più interessanti del momento, alle prese con l’arrangiamento afro-step condito da rime hip hop della bellissima e potente Three Piece Sweet.
Tra le due precedenti risalta il brillante contrasto tra le texture ambient liquide che danno risalto alla splendida voce di Magakala Virginia Hoolande nel brano che porta il suo nome e il violento spoken ragga che caratterizza Ah Congo. E’ il preludio al noise elettronico di If You Wish You Stay Awake, traccia che esalta il gioco di campionamenti, accelerazioni e ripartenze di cui è maestro Richard Russell. Departure, divagazione avant noise sperimentale in cui trovano spazio echi di pianoforte chiude un project-album davvero molto interessante, che riesce nel difficile tentativo di mettere insieme facilità di ascolto, attitudine alla sperimentazione e attenzione per il sociale. Combinando l’eclettismo per la contaminazione ed il rispetto per le radici etniche, Kinshasa One Two Two può definirsi una scommessa vinta, un esperimento animato da reale entusiasmo ed il risultato della collaborazione disinteressata e solidale tra artisti indipendenti capaci di creare una viva e colorata urban world music; l’ennesima riuscita provocazione nei confronti dell’ingessata industria musicale firmata Damon Albarn.